Che cos'è l'espressione? ..di se? È tutto ciò che ci fa conoscere all'esterno, a ciò che ci circonda. È dire di noi. ---È farsi conoscere--- . L'espressione può essere verbale o non, consapevole o inconsapevole. È trasmettere se stessi, attraverso la gestualità e la fisicità in generale, attraverso la parola scritta o verbale, e attraverso un'infinità di altri mezzi d'espressione... ovvero l'arte in senso lato. L' arte è espressione, che a sua volta è comunicazione. È solo l'espressione di se che da senso a tutto ciò che facciamo. È solo l'esprimerci che ci definisce come individui, perché esprimersi è farsi conoscere, ma è anche conoscersi. È lo strumento attraverso cui “siamo”, ovvero ci manifestiamo e attraverso cui gli altri si manifestano. Non è un “essere” statico, e un essere in continua mutazione e evoluzione... un “divenire”. È lo strumento di scambio d'esperienza, che fa della vita di ognuno un bene comune, che attinge e insieme alimenta il flusso dell'esperienza e della ricerca collettiva.
esperienza->conoscenza->comunicazione->collettivizzazione->crescita-reticolare-ed-esponenziale dell'esperienza-comune. È questo il processo senza fine della cultura. Per questo, la cultura non è mai immobile. È sempre in movimento, e più la sua diffusibilità è capillare e reticolare, più questa rete si estende in ogni direzione e più è potente ciò che ogni nodo può trasmettere e assorbire.
E se questo processo ci sembra ingestibile nella sua complessità e reticolarità, un reticolo dove ogni nodo ha la sua forma, pulsa a un ritmo proprio e non si capisce come possa interagire positivamente con gli altri... ne abbiamo capito il funzionamento. Che è quello di non avere un modello immobile di funzionamento!.. un caos autorganizzato, come lo definirebbero i teorici della complessità, un sistema complesso che si adatta e si evolve in funzione degli stimoli che, dall'interno o dall'esterno, gli vengono dati.
...ma non siamo gli unici ad aver colto la potenza di questo processo virtuoso: per questo “la cultura fa paura”. L'espressione fa paura. E l' esistenza di individui pensanti e ora più che mai la facilità con cui questi hanno la possibilità di comunicare, di scambiare informazioni, sensazioni, riflessioni, il tutto senza praticamente alcun filtro fino al livello globale, fa ancora più paura. È chi ha paura di questo (di noi tutti quindi) si oppone con ogni mezzo a questo pericoloso processo. L'obiettivo è annientare la criticità... ma come? Ostacolando la comunicazione. E con quale mezzo? Impedendo l'espressione. Ma il piano di azione non è unico: se da una parte è quello di impedire lo scambio potenzialmente sovversivo -criminalizzando pratiche e ...boh..ecc- dall'altra c'è l'idea di sfruttare una esigenza comunque difficile da estirpare, e quindi la strategia non è quella di tentare di eliminarla, bensì quella di “addomesticarla” al fine di trarne profitto. Il vantaggio è poi duplice: avere individui formati e al contempo acritici. Quindi pronti allo sfruttamento intellettuale attraverso il precariato e senza la criticità necessaria per capire la propria condizione e immaginarne una alternativa. E come viene effettuato, praticamente, questo processo di addomesticamento? Bombardandoci di “informazioni vuote” (…) e impedendo di fatto, attraverso l'ostacolamento della comunicazione, l'espressione di se.
Ma come, ancora una volta??.. per esempio attraverso riforme universitarie che impongano tempi impossibili da rispettare senza appiattire sensibilmente ogni altro aspetto della vita, annientando quindi le relazioni interpersonali, lo scambio e appunto l'opportunità d'espressione...
E il meccanismo perverso che alimenta questo addomesticamento si nasconde dietro quell'abusata parola di cui nessuno specifica il significato che le attribuisce: MERITO. Il problema non è che il sistema che regola alcune scelte piuttosto che altre sia quello della meritocrazia, il problema, vero e molto serio, è cosa si intenda o ugualmente cosa si faccia passare per merito. Meritevole, in ambito universitario, è chi fa gli esami. In generale, è chi fa. Ma chi fa bene? No, chi fa veloce. Il “bene”, ovvero la qualità, di qualsiasi cosa, è messa da parte per prediligere l'efficienza (anche questa parola usata avendone perso il significato), la produttività, ovvero il concetto economico del rapporto qualità/prezzo che si trasforma nel rapporto competenza/criticità. Lo studente meritevole non è colui che in funzione dei propri tempi di apprendimento percorre la strada della conoscenza critica, consapevole, interdisciplinare, parallelamente alla costruzione di un percorso personale di definizione di se e della propria criticità attraverso “tutto il resto”, i rapporti sociali, l'arte, l'impegno politico.. assolutamente no, lo studente meritevole è chi sacrifica i propri tempi di vita al percorrimento di una strada a senso unico senza possibilità di capire cosa accade nei vicoli paralleli e nelle piazze adiacenti, eliminando ogni forma di espressione personale, e quindi di definizione critica di se.. tutto torna!
Meritevole pare proprio essere chi non si prenderà il lusso di avere una vita vera in cui esprimere se stesso e sviluppare un atteggiamento critico e reale nei confronti del circostante...Questo stesso meccanismo, che si sta rivelando vincente -this is the governance!- nell'illudere e insieme nell'addomesticare, si ritrova poi anche nella gestione degli spazi, in particolare per esempio in quella dello spazio pubblico.
Lo spazio pubblico.. da sempre luogo primo di scambio ed espressione di individui differenti. Lo spazio pubblico: non semplicemente il contenitore luogo-non-costruito, non il negativo della città, ma l'urbano che come lo definisce l'antropologo urbano spagnolo Manuel Delgado, non è la città, mero contenitore di abitanti e costruito, l'urbano E' quell'insieme di fruitori (non solo gli abitanti) e delle loro azioni e agit-azioni, che hanno come luogo d'azione la città, ma che prescindono da essa. Sempre citando Delgado, “l'urbano è un lavoro del sociale su se stesso”. È lo Spazio pubblico con la S maiuscola, o spazio sociale nel senso di socialmente prodotto/costruito, che predilige i non-luoghi per esprimersi nelle sue forme più impreviste. Quei non-luoghi nati per sbaglio, gli “spazi di risulta”, senza una funzione stabilita e precisa, non creati per rappresentare l'ordine o razionalizzare e controllare i rapporti sociali... questi stessi concetti e dinamiche di controllo sulla città materiale, si stanno poi trasferendo alle nuove espressioni dello spazio comune, come i social-network e in generale alle nuove forme di cooperazione possibile in rete.
Anche questa “vita urbana”, come la cultura, fluida, immateriale e perennemente in evoluzione, con la sua eterogeneità e soprattutto con l'alta dose di imprevedibilità che possono avere gli eventi che la compongono, fa paura. E anche qui la soluzione è l'addomesticamento dei luoghi, con lo scopo di eliminare gli spazi d'espressione... ma uno spazio, per fortuna, prescinde dal luogo materiale che lo ospita.
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