Anno 2009: sulla scena crisi globale e proposte di exit strategy. Il rilancio dei servizi, delle imprese e in generale della qualità della vita sembra passare dall'applicazione del concetto di "merito", ritenuto termine già di se animato da un senso e quindi da un'oggettività valutativa dalla quale partire per costruire "l'eccellenza". Discorso non nuovo questo: lo stimolo alla competizione personale, che affonda le proprie radici nell'idea di esser imprenditori di se stesso, trova come base propulsiva proprio il concetto di merito. "Io valgo quindi merito" è il motto di un nuovo illuminismo. Il degrado della società di massa rende la competizione ancor più aspra se non altro per l'aumento dei partecipanti. Il risultato è un richiamo all'unisono al merito. I
l nostro quotidiano è pieno di discorsi che puntano l'attenzione sull'ideologia meritocratica: ministri le cui riforme sono giustificate con percorsi di merito, e la pubblica opinione che rivendica il merito visto come principio di equità assoluta, come ascensore sociale giusto e puro.E' pertanto facile vedere come l'ideologia meritocratica sia entrata appieno nel discorso politico e culturale del paese, tanto da dar luogo alla pubblicazione di un libro a cura di Roger Abravanel secondo cui la meritocrazia (titolo del libro) è il potentissimo strumento per "valorizzare il talento e rendere il nostro paese piu ricco e giusto".Chiedersi cosa sia la meritocrazia, com’è sviscerata, è quindi d'obbligo. Uno strumento dicevo, un modello fatto di regole, dati, formule, indici, atto ad escludere i non aventi diritto.Per capire il meccanismo di esclusione alla base dell'impianto ideologico è necessario analizzarne l'efficacia all'interno del modello sociale esistente.Il merito della cultura è saper cogliere le dinamiche dell'esistente, saperne leggere i flussi e le tendenze, insomma, non slegare il complesso. (L'attacco ai saperi è sintomatico in tal senso).La cultura del merito fa sì che l’impianto meritocratico possa esser ritenuto accettabile in modo assoluto, una legge generale da poter applicare in ogni campo per ogni cosa e con la stessa efficacia, proprio perché non condizionata e soggetta ad alcuna variabile esterna.Cultura vuota, e legge impossibile, poiché impossibile è stabilire con rigore e certezza il dosaggio tra capacità personali e condizioni sociali. Ecco che il carattere di esclusione appare chiaro. Esclusione per merito, che paradosso!Ma il fascino del merito non conosce ostacoli, inebria i direttori d'orchesta e incanta con una reclame del "giusto" i futuri esclusi. E parte la competizione tra i vari gruppi intelligenti (sic!) di destra (arghhhh), sinistra (sigh), centro (gulp!!) alla migliore formulazione. La cittadinanza tutta è invitata a partecipare. E tra chi si tuffa nella gara con giovanile entusiasmo, c’è Abravanel che, nel libro già citato, presenta quattro proposte in grado, secondo lui, di ridar vita al paese sulla spinta meritocratica. Proposte che spaziano in tutti i principali temi del discorso (a)culturale - politico nazionale (pubblica amministrazione, educazione, economia, donne) trovando, inoltre, una sponda eccellente nel corriere della sera che accoglie il blog dell’ autore all’interno del proprio dominio corriere.it.Leggendo le proposte (reperibili sul blog) resto sconcertato dall'idea che l'esclusione della donna dal lavoro sia risolvibile con “qualche donna leader” in grado di smontare “i forti pregiudizi” condizionanti il pensiero e l'agire femminile. Quali pregiudizi? Quelli secondo cui le donne non pensano che si possa "essere leader senza agire come un maschio e continuando a essere moglie e madre". Cazzo un pregiudizio! Meritevole è quindi quel qualcosa che ‘produca’ donne – mogli - madri leader e che siano ‘role models’ per il popolo delle donne. Leader o operaie che siano, basta che produca e riproduca la forza lavoro, vien da pensare di getto.
Ancora sull’economia dice: “il problema della nostra economia non è congiunturale ma strutturale. Per sbloccarla esiste una sola via: liberalizzare e (de)regolamentare meglio i servizi soprattutto quelli locali (commercio, turismo, costruzioni, servizi alle imprese, trasporti ecc.)….” E in quest’ottica il merito per l’università consiste nell’ “avere un sistema di testing efficace (come in tutte le società più avanzate)” che permetta “di focalizzare i finanziamenti su pochi atenei di eccellenza tra i 70 ‘aspiranti MIT e Harvard’ italiani, assegnando agli studenti che hanno avuto i migliori risultati ai test della fine delle superiori dei voucher da spendere nelle Università, che inevitabilmente saranno quelle di eccellenza. Si otterrà finalmente un ‘quasi libero mercato’ e si innescherà una concorrenza tra gli atenei, che concorreranno per i migliori docenti, ovvero quelli che attraggono i migliori studenti.” Gli interventi governativi sull’università sono propagandati secondo tale logica: taglio dei finanziamenti e restituzione di parte del bottino ad atenei definiti d’eccellenza in base a parametri economici. Nulla c’entra la didattica, la ricerca, la qualità nella produzione/diffusione del sapere. Nulla sulle forme di sostegno alla mobilità dello studente. Non finisce qui: rettori, presidi di facoltà, direttori di dipartimento e cosi via, usano a loro volta il merito per alzare tasse, sopprimere insegnamenti, accorpare corsi di laurea, inserire ostacoli e barriere. L’esclusione dal pagamento delle tasse per chi è in regola con gli esami nasconde l’aumento delle stesse per la stragrande maggioranza degli iscritti. I fuoricorso sono obbligati a sostenere un test d’ingresso per continuare gli studi ‘specialistici’: non hanno merito, non hanno rispettato i tempi imposti. Il merito è quindi l’obbedienza a tempi e regole imposte, questo merito ha carattere vessatorio e punitivo. Condizioni sociali profondamente diverse, completa assenza di forme incondizionate di reddito diretto e indiretto, welfare preistorico, danno luogo a una competizione falsata che favorisce i più agiati.Appare, dunque, chiaro che la partita si gioca sui mille campi in cui l’impianto ideologico meritocratico è applicato: presentato come possibilità in terra di guadagnarsi con le proprie competenze il paradiso, in realtà poco conta il proprio e ci sarà sempre un merito superiore. Tanto che ormai il merito assume più un significato escatologico che altro.Mettere in discussione il merito non significa voler abolire qualunque ‘criterio’, bensì ricercare una forma, un’organizzazione che sappia realmente premiare la qualità del soggetto e della collettività in cui esso è posto. Che sia inclusivo e non esclusivo e/o penalizzante nella sua applicazione. E il primo passo è necessariamente il pensare a un nuovo welfare, strumento di liberazione dal ricatto sociale di sub-alternità verso qualcuno, qualcosa (la sottomissione lavorativa per la sopravvivenza ne è un esempio), humus per la cultura del merito.
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