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E’ da un po’ di tempo che in dibattiti e interviste si sente ripetere, dai “political expert”, la litania che la sinistra è un’esigenza, è un bisogno per una società imbarbarita e stritolata nella morsa paura-controllo.

Ma più si sente dire dalle classi dirigenti, o presunte tali, che esiste tal esigenza, più la cosiddetta sinistra continua a collezionare sconfitte non da poco.

Il caso più recente è la disfatta della SPD in Germania (ma non bisogna tornare troppo indietro per trovare lo smacco del PSF in Francia, così come per il Labour Party in Inghilterra, per il Partito Democratico e similari in Italia ecc…). L’unica realtà che sembra tenere, con molte difficoltà, è il PSOE di Zapatero in Spagna alimentato e sostenuto dal conflitto laici-cattolici, e forse solo da quello.

 

 

 

Mentre in Europa tutto crolla, dall’altra parte dell’oceano si aprono scenari appassionanti. L’elezione di Obama è un fattore d’importanza enorme, poiché è forse quanto di meglio gli Stati Uniti potessero produrre oggi, non solo in termini di riforme, ma soprattutto in termini di ricomparsa di un movimento democratico che rompe alcuni blocchi razziali di un paese in passato schiavista e che oggi vede nel nuovo Presidente il simbolo di una profonda liberazione.

Dentro l’elezione di Obama vi è una vittoria diversa dal cosiddetto riformismo classico.

Come ci fa notare Toni Negri in una recente intervista per il quotidiano Il Riformista: «Il riformismo di Obama è profondamente diverso da quello che abbiamo conosciuto. Non è più un Riformismo keynesiano o post-newdealista...Questo è un Riformismo radicale, che modifica i nuovi rapporti di classe. Cioè un riformismo che toglie fortemente ai padroni per dare alla società».

Parlare di Sinistra oggi, perciò, diviene assai complicato sia perché si corre il rischio di cadere nella liturgia standard della critica alla classe dirigente, sia perché si ha la certezza di intercettare settori che vivono di esaltazione totale ed esclusiva dell’identità e della dottrina.

L’Italia, ad esempio, è il paese in cui, in meno di dieci anni, una vasta aria che andava dalla Socialdemocrazia all’antagonismo è riuscita con le proprie mani a smembrare tutto quello che aveva costruito (da capire quanto volontariamente).

Si è passati dalle manifestazioni fiume degli anni del movimento no-global/no-war ai ghetti antagonisti per puri reduci con cui, negli ultimi anni, solo l’Onda è stata in grado di operare una rottura chiara evidenziando nuove pratiche di conflitto, innovando, sperimentando e ricercando nella complessità nuove risposte.

Mentre sul fronte della cosiddetta sinistra di governo, in pochi mesi si è bruciato il consenso che aveva portato il governo Prodi a vincere le elezioni, ritrovandosi tra le mani solo la cenere e i resti delle loro certezze arsi dalle fiamme.

In tutta questa rovinosa sconfitta emerge il dato drammatico della destra che trasforma il consenso in plebiscito. Riemerge la figura del “Uomo solo al comando” che negli anni ha talmente rafforzato il legame con la mente e l’essere degli individui, da esser divenuto inattaccabile e indistruttibile.

Finita una gloriosa fase storica, esaurite le spinte socialiste e comuniste vissute per oltre un secolo di storia, la sinistra nostrana resta a guardare le istantanee del “ciò che fummo”.

In tutta questa crisi della sinistra novecentesca trova, però, spazio un elemento interessante. Alcuni partiti ecologisti o d’ispirazione ambientalista prendono sempre più vigore in un quadro sociale mutato. Il caso più tangibile è forse Europe Ecologiè (E.E.) di Daniel Cohn-Bendit e Josè Bovè (ex leader di Confédération Paysanne) in Francia, che alle ultime elezioni ha ottenuto il 17% di suffragi.

E.E. è una formazione particolare. Non è un vero e proprio partito bensì un coordinamento di forze ecologiste come Les Verts e Fédération Régions et Peuples solidaires e membri di associazioni e movimenti, come appunto José Bové e Yannick Jadot.

Nasce, a detta dei promotori, con l’obiettivo di realizzare un “Green New Deal” economico come risposta alla crisi dell’economia e del pianeta.

Guardare con attenzione alla crescita di questa formazione è minimamente stimolante soprattutto perché pone elementi di discussione intriganti e spinosi allo stesso tempo. I modelli organizzati della sinistra classica basati esclusivamente sul conflitto capitale-lavoro, ed identificati dentro una collocazione storica invariante di scontro di classe forse hanno dismesso del tutto la capacità attrattiva, sono diventati sistemi adiabatici, non scambiano più calore con l’esterno.

In un’intervista all’Unità Cohn–Bendit afferma che: «con questa crisi, che è economica, finanziaria, ma anche ecologica, non bastano le vecchie risposte socialdemocratiche o quelle puramente di classe. Bisogna immaginare una trasformazione del sistema di produzione e di consumo, che non è la vecchia rivoluzione, e neppure l’idea della redistribuzione». Questo nuovo approccio al presente fa di questa formazione un modello quantomeno permeabile a un’analisi sulla crisi della sinistra, che parta dal ricondurre i fenomeni moderni a frammenti di una nuova composizione di classe e di un trasformato scontro tra mutate classi e arrivi a porsi nuovi interrogativi.

Il fattore ecologico, infatti, non è l’unico elemento in discussione. E.E. è una delle poche formazioni (assieme alla DIE LINKE tedesca) che nel suo programma ha inserito una riforma strutturale del modello del welfare attraverso forme di reddito di cittadinanza universale come condizione necessaria ed indispensabile per uscire dalla crisi. Poiché libera dalla gabbia ideologica lavorista della sinistra novecentesca, è in grado di fare un’elaborazione tale da riuscire quantomeno a relazionarsi con semantiche quali: capitalismo cognitivo, general intellect, lavoro immateriale, capitale-conoscenza, precarietà.

A valle di tutto, il successo di Europe Ecologiè non è assolutamente cartina di tornasole, anzi in gran parte è un consenso addirittura trasversale e aeriforme, ma traccia un unico dato indiscutibile, cioè, il binomio welfare-ecologia non è più relegabile alla marginalità. E’ arrivato il momento di chiedere l’eutanasia per alcuni vetusti approcci politici statici e scarichi e azionare il meccanismo della ricerca di nuove pratiche, nuove vertenze, nuovi immaginari. Anche l’Italia dovrebbe raggiungere un grado di consapevolezza tale per discutere, senza remore, di tali questioni ed essere in grado di eliminare alcuni tabù sul welfare, sul lavoro e sulla precarietà, in una fase storica che è costituente per i movimenti, per i sindacati e per le organizzazioni politiche di quell’area che un tempo indicavamo come sinistra.

Come ci dice il sociologo Luciano Gallino dalle colonne di Repubblica «Se quel che resta dei partiti di sinistra, o del centro-sinistra, volessero proporre ai propri elettori di discutere di qualche autentica riforma, l´idea di reddito base come forma di sostegno al reddito resa necessaria dalla crisi e dalla moltiplicazione delle persone che diventano economicamente superflue, potrebbe essere un buon candidato».

 

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