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 L’intento della presente relazione è quello di analizzare, inchiestare, “fare il punto” sulla situazione dell’università odierna, dei soggetti che la vivono e la attraversano, all’indomani di una serie di scellerati processi di riforma e all’interno della crisi del capitale globale.

Interrogarci sulle questioni inerenti il sapere, la sua trasmissione, la sua segmentazione e ricomposizione dentro e fuori l’università, per poter individuare le possibili linee di fuga, di sottrazione, di liberazione.

Mappare cioè, un universo non leggibile con le lenti del passato, sempre in mutazione, animato da produttori di merci e non più da forza-lavoro in formazione.

Diventa ancor più impellente farlo, nella fase attuale di crisi strutturale del capitalismo, incapace di regolarne, controllarne, catturarne le eccedenze. Potremmo dire, che il capitale va in crisi laddove non riesce più a mettere a valore la potenza del lavoro cognitivo, laddove ancora non risulta capace di riconfigurare la relazione tra forze produttive e rapporti di produzione.

Abbiamo più volte detto, in questi anni che: quello che un tempo era la fabbrica, oggi è l’università. O meglio che nell’attuale paradigma produttivo l’Università, nella sua dimensione diffusa, aperta, metropolitana, non confinata, non perimetrata, è diventato spazio cardine della produzione, terreno privilegiato di espropriazione e rapina.

Tuttavia l’università odierna, sappiamo bene non funzionare linearmente come la fabbrica fordista. La misurazione dei tempi di lavoro, la velocità di esecuzione e la serializzazione, per quanto trovino ampia diffusione, sono nei fatti inapplicabili. Il sapere infatti non è misurabile! La misura viene imposta artificialmente, traducendosi in crediti per gli studenti, valutazioni e impact factor per ricercatori e docenti.

 


1.  Introduzione della Giornata

 2.  Intervento iniziale di Benedetto Vecchi

3. Interventi e Risposte di Benedetto Vecchi




 

 

 

 

Si tratta dunque di assumere la fabbrica della conoscenza come spazio immediatamente produttivo ed al contempo come ambito di organizzazione e istituzionalizzazione del comune.

L'università formatosi in età moderna è definitivamente mutata, in stretta connessione con le trasformazioni del sistema produttivo ed il nuovo ruolo assunto dal sapere.

Nel modello fordista, la separazione tra fase della progettazione e fase della produzione si riversava nella separazione gerarchica tra attività intellettuale, dotata di saperi e competenze e l’attività manuale immediata, direttta. Sapere e formazione erano sinonimi. .

Nel paradigma postfordista dell’accumulazione flessibile, si modifica strutturalmente il rapporto tra fase della progettazione e fase dell’esecuzione, comportando, di conseguenza, una ridefinizione dell’attività manuale e di quella intellettuale. L’insieme di attività manuale, di controllo e di progettazione necessariamente comporta la detenzione di competenze specifiche, vale a dire di conoscenze relative alla tecnologia utilizzata. Diventa imprescindibile un processo di formazione specializzata, permanente e continua, tanto veloce quanto è veloce lo sviluppo tecnologico.

L’asservimento alla macchina passa oggi non solo tramite le braccia ma anche tramite il cervello.

In questo contesto, lo sviluppo di formazione professionale non necessità di una preparazione culturale autonoma.

Si assiste ad un indebolimento sostanziale dell’attività intellettuale a favore di una sua meccanizzazione che ne svuota il contenuto, svilendone non solo il risultato ma anche la ragion d’essere. Anche per il lavoro intellettuale, quindi, la “cultura” conta sempre meno a vantaggio della necessità di formazione specifica.

Se anche “il cervello” viene messo al lavoro, è necessario sia il più condizionabile possibile: in altre parole, dotato di competenze specifiche ma non di autoconsapevolezza e autonomia culturale.

È proprio di questo tipo di sapere che intendiamo riappropriarci, proprio da questa logica che intendiamo sottrarci per costruire un sapere autonomo, sovversivo, di parte. Cooperazione piena, orizzontale, non riducibile, valorizzazione del nostro essere comune, farci istituzione, ossia produzione di nuove norme, organizzazione della potenza del sapere vivo.

Ma procediamo con ordine, analizzando per gradi i livelli di sapere, la loro trasmissione e il loro potenziale sovversivo. Il sapere è definibile almeno a tre livelli:

Sapere come formazione tecnica, specializzata e professionale codificata, standardizzata e diffusa. E ancora: sapere come competenza e conoscenza tacita, non codificabile, non trasmettibile, esclusiva e individuale; rappresenta la forma di sapere più produttrice di valore aggiunto. Infine: sapere come cultura in grado di sviluppare capacità critica e analitica autonoma, in grado di contestualizzare le varie situazioni. E’ la forma di sapere più libera e meno condizionabile dall’apparato produttivo, quindi la più pericolosa e sovversiva. In un contesto di società di controllo e sorveglianza, deve essere negato. E’ il tipo di sapere che rischia l’estinzione. La lotta per la libertà di apprendimento e il non asservimento dei saperi va così di pari passo con la lotta, oggi cruciale, di liberazione del lavoro cognitivo, contro la proprietà intellettuale, i brevetti e l’espropriazione della tecnologia a vantaggio esclusivo del comando capitalistico.

Il sapere standardizzato, interscambiabile e riproducibile su base intellettuale di massa (general intellect) viene separato, anche “fisicamente”, dal sapere tacito, finalizzato alla riproduzione stessa delle competenze e della conoscenza. I movimenti passati hanno affermato diritto al sapere (strumento di conoscenza e di coscienza) e diritto di accedere alla formazione.

Ad oggi però nell’epoca dell’università di massa, diffusa, si è passati dal diritto all’accesso al desiderio di autoformazione, di gestire autonomamente i percorsi di ricerca (è il caso recente della vertenza sui Firb). Come dire dall’esclusione all’inclusione differenziale.

Il sapere quindi diventa merce. Alimento primario delle cosiddette economie dinamiche di scala: Rete e conoscenza. Il sapere più efficiente è il sapere che produce profitto e plusvalore. Il sapere più sovversivo quello autonomo, cultura piena.

In ogni caso quindi il sapere è merce importantissima, per governamentarlo sono stati necessari diversi processi di riforma, a partire dal Processo di Bologna fino alle più recenti e puntuali manovre Gelmini_Tremonti. Questa tendenza procede spedita verso un asservimento ed uno sfruttamento sempre maggiore del sapere strumento di un capitalismo che potremmo denominare cognitivo e a cui i grandi paesi industrializzati puntano da tempo. In questa direzione va l’agenda del G8 University Summit, che si terrà dal 17 al 19 maggio prossimi a Torino, promosso dalla CRUI a cui parteciperanno i rettori ed i presidenti degli atenei degli stati membri dell’istituzione suddetta, insieme a quelli di molti altri paesi, dall’Arabia Saudita al Vaticano, dalla Cina al Sudafrica; è la seconda volta che un’iniziativa del genere viene organizzata, dopo l’esordio a Sapporo, nell’estate dello scorso anno.

L’incontro si propone come interlocutore diretto del G8 dei capi di governo e di stato che si riunirà in Abruzzo, quest’estate, e si è dato l’obiettivo, sulla base del carattere fondamentalmente “neutral and objective” che caratterizzerebbe l’istituzione universitaria e il sapere che produce e trasmette, di consigliare i “grandi del mondo” sui problemi dell’umanità e del pianeta.
Le modalità di organizzazione dell’iniziativa, la funzione che si arrogano i rettori, la concezione dei rapporti tra mondo accademico e le dinamiche sociali ed il potere politico ed economico che vengono proposti assumono dei caratteri inquietanti.

Mai come adesso l’istituzione universitaria è cosciente del suo declino, già in atto da anni, che accelerando in questa fase di crisi globale fa si che i rettori si diano da fare per legittimarlo ancora una volta al fine di riproporsi come validi rappresentanti dell’intero mondo dell’università.

Questa iniziativa del summit sembra essere un modo per riconfigurare il governo dell’università secondo una logica antidemocratica di concentrazione e verticalizzazione degli organi e degli strumenti decisionali presenti nel sistema accademico.

Basta leggere un documento redatto dalla CRUI sulla “governance” per capire il carattere unilaterale delle decisioni che tale organo ha deciso di prendere per riorganizzare e risollevare l’università, sposando in modo abbastanza evidente ed avanzato la via della mercificazione dei saperi.

I lavori del Summit saranno dedicati alla sostenibilità globale, sociale e umana o per citare il rettore del Politecnico di Torino, Profumo, uno dei più attivi promotori dell’evento, alle “5E” (Energy, Economy, Ethics, Environment and Education). Quasi uno slogan che potrebbe svolgere un ruolo da scudo contro eventuali obiezioni e proteste soprattutto nella battaglia che si gioca a livello mediatico.

Dietro questi slogan cercati ad-hoc, si cela invece il disagio profondo dell’università, accompagnato negli anni dai tagli dei fondi pubblici, e segnato da una politica delle risorse non solo con effetti più generalmente di strategia di bilancio statale, ma anche lo strumento con cui imporre e accelerare le trasformazioni trasversali che hanno investito il mondo accademico.


Per chiudere vogliamo ribadire che oggi, ancor di più, siamo convinti che la dicotomia pubblico/privato non possa più interpretare questo incomprimibile desiderio di sapere. Ci chiediamo quale futuro si prospetta nella fabbrica del sapere, per queste forme di esodo e di autorganizzazione.

Noi crediamo che come scritto da Roberto Perotti nell’università truccata che L’università oggi è entrata in un vicolo cieco. Da una parte la lunga dismissione dell’università pubblica praticata dai governi di tutti i colori, dall’altra l’assenza di fondi privati che non garantiscono l’imprenditorializzazione dell’università.

Noi la risposta ce l’abbiamo, si chiama università del comune!

Tutto il potere all’autoformazione!!!

 

 

 

 

 

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