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Cyberspazio il paradiso dei desideri

La frantumazione crescente della società fa corrispondere un'autonomia rinvigorita dell'individuo che ci mostra una visione innovativa del continente umano. L'individuo fino a ieri confinato nei ruoli sociali predefiniti - lavoro, famiglia, ecc. - sperimenta oggi più che mai un affrancamento dalla norma. L'immaginario, il piacere, il sogno diventano forme di dissoluzione dei  vincoli. Egli fluisce e circola, errante sulla scia casuale delle sue pulsioni. Il nomadismo non è più oggi solo un concetto legato ad un popolo, ai suoi usi e costumi.

L'individuo alla ricerca di una propria identità, diversa e surrogato della propria appartenenza, si trova di fronte al desiderio, a pulsioni del possibile e dell'impossibile errando nel suo mondo per portare a casa nuove esperienze e congetture. Abbandonando ciò che è stata fino adesso la società con le sue regole. In sostanza, essere nomade, un nomade esistenziale, significa aver interiorizzato la consapevolezza che gli schemi rigidi e la “sedentarietà” di pensiero e convinzioni sono “lussi” non più consentiti oggi e che, soprattutto, non lo saranno domani, in uno scenario in cui le nuove tecnologie spingono verso trasformazioni di ogni tipo, sempre più rapide e comprimono le distanze geografiche e persino psicologiche. E la metropoli, dove il nomade vaga, divenire non più uno spazio fisico dove hanno luogo i soliti incontri di una morale già costituita ma una dimensione dove l'individuo sperimenta nuove forme di linguaggio, comunicazione e di socialità, abbattendo il senso di persona giuridica e diventando apolide, nomade. In una nuova estensione dove le soggettività non producono più solo conflitto ma infrangono le barriere direttamente senza chiedere.

Quindi la rete con la sua virtualità divenire il mezzo di propagazione del desiderio, dalla creazione di comunità affini, non per razza, stato sociale o genere, all'intelligenza artificiale e il cyberspazio. Macchine che pensano e realtà virtuali (mondi immaginari) dove dar sfogo alle proprie necessità e disagi. Vengono a costituirsi spazi fatti di bit, “nuove realtà” che danno un’altra chance, che esprimono quello che la vita reale non e più sempre in grado di garantire, la dissoluzione del desiderio. La rete è la nuova frontiera, un nuovo territorio dove far proliferare una nuova etica, delle nuove regole di convivenza condivise. 1) La rete è libera, ognuno va dove vuole o dove sa. 2) I soggetti della rete condivideranno un “loro” nodo dove mettere in comune esperienze, progetti ed opportunità. 3) Il nuovo nodo diventa valore aggiunto, accoglie, aggiunge e restituisce sapere e saper fare. Nella rete, dove tutta la comunicazione è digitata, flussi di dati interminabili che si muovono, alla velocità della luce, da un punto all’altro del pianeta, in questo mondo silenzioso, ci si deve liberare sia del corpo che dell’ambiente esterno e si diviene solo una cosa fatta di parole, di bit. Dove si può vedere quello che gli altri dicono, o che hanno detto, ma non come sono fatti fisicamente, né dove si trovano. Dove ci si incontra in continuazione e si fanno discussioni dei più svariati generi, da quello che si è fatto nel weekend, al sesso, dove si può comprare qualsiasi tipo di merce e cercare qualsiasi tipo d’informazione. Questa è la nuova frontiera dove l'individuo, cosciente di se, fa collettività, mette in comune informazioni e incontra altre persone. Questo luogo è il cyberspazio, il luogo in cui le parole, nella nostra epoca, si incontrano e vengono scambiate. “E’ il "luogo" – come dice Bruce Sterling - nel quale sembra accadere una conversazione telefonica. Non all’interno del vostro reale telefono, l’apparecchio in plastica o altro materiale che si trova nella vostra scrivania. Non all’interno del telefono dell’altra persona, che si trova in una qualche altra città. Lo spazio tra i telefoni.” Un luogo a se stante, dove, come suggerisce Gibson “In Giù nel cyberspazio”, c'è "possibilità malsana" che la virtualità finisca per creare una sensazione di estraneamento globale, facendo divenire la realtà "semplicemente un concetto come altri".




 

Sconfinando… tra l’infelicita’ della specializzazione e la ricerca dell’equilibrio cognitivo

È difficile trovare un equilibrio morale, è difficile trovare un equilibrio emotivo.

Ancora più difficile è il raggiungimento di un equilibrio cognitivo...
Quando non ti basta mai ciò che hai intorno, non per una mera insoddisfazione, ma perché sai che oltre a ciò che hai già davanti, ci può essere qualcos'altro ancora che ti può arricchire in maniera diversa, allora ti rendi conto che non puoi restare fermo al tuo posto: non puoi restare in una sola città, non puoi restare con le stesse persone intorno, o nello stesso ufficio per una vita.
Ma questa sete di conoscenza non si concilia con il modello di vita nel quale ci troviamo. Una voglia di assorbire tutto ciò che ogni aspetto della conoscenza ci può dare, rischia di distrarti dal tuo impegno professionale. Se fai l'ingegnere non puoi fare il giornalista, se fai il medico non puoi fare il pittore...
E allora perché le personalità che vorrebbero mettere nella propria valigia (quella della vita) un po' di tutto, devono rinunciarci o sentirsi mortificare da un mondo che ti chiede di eccellere, sì... ma nel tuo campo ?
La difficoltà è con il mondo intorno, con la diligenza lavorativa e con le persone con le quali devi confrontarti.
 Allora rischi di sentirti un disadattato?

Se disadattamento al Sistema nel quale ci troviamo è frutto della consapevolezza della propria persona, allora non è forse così male esserlo!

Voglia di sconfinare e di appartenere ad ogni cosa, ricerca continua di realtà eterogenee, sono le mie necessità che mi lasceranno evadere dal sapere circoscritto.

Se relaziono questi istinti alla mia persona trovo un equilibrio meraviglioso. La conoscenza e la coscienza di me stessa mi danno gioia, felicità, estrema consapevolezza di cosa oggi ,o in questo momento, potrà darmi soddisfazione, stimolo e crescita, grazie alla dote dell’immaginazione! Tutto è alimentato da attività e creatività che non lasciano alcuno spazio alla pigrizia, al triste e desolato adagiarsi su condizioni già definite, per lo più da altri o da un sé stesso ormai morto.

Questo alto grado cognitivo è in uno strano equilibrio con me stessa: irrequieto, inebriante.

Il però nasce quando si deve reinserire la propria persona, il proprio essere, la propria individualità, bellissima e ricca, nel contesto sociale, e quindi nel sistema di cui si fa parte: ovvero quando l’individuo deve fare i conti con la disciplina professionale, il dovere e la propria identificazione sociale.

In questo contesto nasce ciò che ho identificato come difficile ricerca dell’equilibrio cognitivo.

La spiegazione, più chiara di quanto possono le mie parole, è data da Marx. Il raggiungimento dell’equilibrio che tanto anelo, ha come requisito il superamento della “alienazione” che Marx associava alla società capitalistica: ogni individuo viene ripagato solo per la capacità in cui eccelle, frutto di una estrema specializzazione che non lascia spazio all’espressione di altre qualità umane. La specializzazione, frutto di una schiavitù dell’identificazione sociale, ci fa sentire sempre meno essere umani e sempre più funzionari di un apparato, ma è ciò che garantisce la retribuzione, condizione necessaria per vivere.

“Appena il lavoro comincia ad essere diviso, ciascuno ha una sfera di attività determinata dalla quale non può sfuggire se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva, ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e mi rende possibile di fare oggi quella cosa, domani quell’altra”. Questa è la forma di comunismo che Marx in realtà prevedeva.

In una visione più autonoma, autoreferenziale e, se vogliamo, costruttiva si può pensare che la differenza tra Individuo e Società sta nella nostra responsabilità, che se non viene nutrita a dovere porta ad una dipendenza dal Sistema, così tristemente diffusa.

Non far prevalere il fare, né l’amore per le comodità -seppur garanzie di un’assicurazione economica che è esclusivamente affar proprio, ahimè! -, ma prendere i rischi scegliendo liberamente, per diventare e ricercare ciò che si è… obiettivo ancor più difficile quando si aspira alla ricerca e all’unione del molteplice.

Sconfinare in autonomia sembra per ora la mia soluzione: svolgere lo sguardo altrove, forse senza prendersi troppo sul serio, ma seguire i messaggi dell’istinto, che saranno semi per il mio equilibrio, restando sul filo di un’incertezza -economica e di collocazione sociale- che lascia speranze e tante strade davanti ad una me stessa così irrequieta, così serena!

 

Tra i colori dell'apparenza, la realtà è in bianco e nero

La ricchezza prodotta dall'utilizzo di risorse umane, naturali e strumentali, viene ridistribuita per soddisfare le necessità comuni a tutta la collettività. Lo stato, attraverso i tributi dei cittadini, mette a disposizione servizi pubblici e sociali, per soddisfare le necessità nate dal vivere comune. Un quadro perfetto che, come una foto a colori, non manca di nulla, solo della realtà oggettiva.

I poeti dell'immagine cercano di fissare la "vera" realtà in un bianco e nero, quella dei non invitati al banchetto della distribuzione, che "vivono" in bianco e nero vivendo la realtà oggettiva.

Intanto ci sono capitali circolanti, colletti bianchi e banchieri, grazie ai milioni di salariati disposti a dare un terzo del loro tempo giornaliero alla produzione, insieme a altrettanti piccoli e medi artigiani ed imprenditori agricoli. Si potrebbero scrivere fiumi di parole sui come e sui perché, sulle regole e sulle leggi, ma la "verità" oggettiva è che chi produce ricchezza, non la produce per se stesso.

Il cancro è dentro il sistema, ma a succhiare il sangue di un corpo che non ha speranze di vivere dignitosamente è la "Finanza". Se fossimo costretti a scegliere tra un bene di produzione ed un pari-valore in denaro, sceglieremmo senza dubbio il denaro. Con quella banconota abbiamo la possibilità di acquistare qualsiasi bene, cosa che non ci sarebbe stato consentito dal bene di produzione .... è proprio questo l'inganno, il lavoro, la capacità di produrre quel bene, ha meno valore di un pezzo di carta stampato dal nulla, e che non è garantito nel suo valore nominale.

Questo significa che il denaro non ha funzione di scambio come dovrebbe essere, ma quella di permettere la produzione di ricchezza economica. La forza lavoro non ha quindi capacità in se, ma è subordinata alla volontà del detentore della moneta, un istituto come Bankitalia s.p.a., che con dieci centesimi produce banconote che vende per il loro valore nominale, e non le garantisce con depositi aurei di pari valore. Il mondo perfetto non esiste, quella che chiamiamo natura ce lo dimostra ogni giorno con la sua ferocia, ma l'uguaglianza, la dignità, il diritto di decidere, non lo cediamo a nessuno.

 

Socialità e Dominio

Socialità: tendenza alla convivenza sociale, vivere in società.

Questa è la definizione formale di un processo molto più profondo della linearità descrittiva di un dizionario.

Ma cos'è oggi la socialità? In che forme si realizza e qual è la sua funzione nei processi di coesistenza? Qual è il ruolo dell'individuo in essa? Qual è la sua funzione produttiva? Queste sono domande che riassumono, per alcuni il significato trascendentale dell'esistenza, per altri la definizione di un complesso sistema connettivo immanente tra gli individui.

Una cosa è certa: la socialità è una tendenza incomprimibile dell'uomo.

E' attraverso essa che l'uomo definisce una propria dimensione esistenziale. Socialità, dunque, come sistema di riferimento per fissare una dimensione alle cose e a sé, un modo per orientarsi nello spazio della vita. Un processo attraverso il quale la condivisione di sé consente di acquisire e sottoscrivere una funzione e un ruolo nelle dimensioni convenzionali della società. Non conta quanto questi siano surreali, ciò che conta è poter fissare attorno a sé un contesto neutrale, in cui la trasparenza delle pareti venga dipinta con un colore qualsiasi, ma capace di fornire una dimensione.

L'evoluzione della socialità ha generato diversi modelli di espressione della coesistenza di corpi e di menti. Mutazioni che, da un lato hanno consentito un importante avanzamento dell'uomo per quanto concerne la qualità esistenziale, mentre dall'altro hanno generato distruttive forme di sfruttamento avvalendosi del ruolo di dominio che le convenzioni formali della società stessa hanno costituito. E' questo il punto nodale che ci permette di giungere a due riflessioni di centrale importanza: il valore costituente della socialità e il potere conflittuale delle forme di socialità.

Sviluppare il significato di queste due riflessioni è compito abbastanza complesso, ciò che possiamo fare è avvalorarne l'importanza in questa fase storica.

Oggi più che mai le forme di condivisione di sé occupano un ruolo centrale in quanto generano l'alimento migliore di cui si nutre il mercato, la conoscenza. Ogni attimo vitale, nell'era degli spazi di condivisione virtuale e non, diventa dunque produttivo. La necessità di un controllo di tale produzione pone l'uomo a doversi confrontare con forme di controllo vitale sempre più stringenti.

Al contempo però assistiamo alla crisi degli spazi tradizionali di aggregazione e la nascita di nuove forme virtuali di relazione sociale che introducono una prospettiva nuova e interessante.

Nuove realtà dunque nascono e si diffondono evolvendo in modo dinamico e autonomo oltre i confini geografici e culturali, relativizzando le tradizionali forme di controllo e sfuggendo alle barriere fortificate del dominio sociale.

Atomi impazziti si diffondono oltre la realtà come siamo abituati a concepirla quotidianamente, per crearne altre, nuove, diverse.

Un nuovo modo di costituire società, al di la del dominio e della compressione formale dell'uomo. Nuove realtà che privilegiano le relazioni preservando l'individuo non incastrandolo però in modelli rigidi e spersonalizzanti.

Conflittualità orizzontale, istantanea e globale, i mezzi saranno la conoscenza e la rete.

E allora tutto diventa più chiaro, le relazioni acquistano un significato non meramente affettivo ma centrale nella definizione del pianeta in cui viviamo, è la base che ci permette di costruire e distruggere le nostre vite, nonché elemento fondante per avviare un processo conflittuale rispetto all'esistente.

Dunque un'opportunità da cogliere per liberarsi dalle abituali forme di dissenso ormai ingessate, sussunte, anestetizzate dal potere, per volare rapidi e inafferrabili oltre la realtà stessa, verso nuove dimensioni, cosicché possederne una sola...non servirà più a nulla.

 

Seminario - Femminilizzazione dei Processi Produttivi e Nuovo Welfare

 

  Abstract

Con il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo relazionale o cognitivo diventa sempre più palese la mutazione del ruolo della donna e la centralità che sta assumendo nei processi produttivi.Il nostro seminario vuole rappresentare un momento in cui partendo dall'analisi delle mutazioni del sistema economico moderno trova spazio un concetto fortemente interessante: la femminilizzazione del lavoro.


Il ruolo storico della donna impiegata nei lavori di cura viene associato ad una diversa identificazione non solo nell'ambito lavorativo ma anche e soprattutto in termini globali nell'epoca in cui la produzione tende a rappresentare non solo il momento produttivo ma la vita stessa. I lavori migranti invisibili, gli stage, i lavori gratuiti, fanno tutti parte di un processo biocapitalista che ingloba conoscenza, relazioni, informazione, affetti,emozioni e ne trae profitto a costo zero.

Due allora sembrano essere le prospettive per la donna nel biocapitalismo: da un lato la costrizione, a barattare come merce, la propria autonomia con il desiderio di essere madre delegando alla badante la cura familiare, dall'altro il ritorno alcuni circuiti tradizionali in quanto vincolata a sopperire alla carenza di welfare state. Entrambe producono comunque una compressione della donna nella sua autonomia, nei suoi desideri, nella sua dignità. Da quì l'esigenza di discutere di questi cambiamenti e di questa nuova concezione inserendoci dentro un ragionamento di ampio respiro attraverso cui analizzare le richieste di un nuovo modello di welfare diretto come necessità, non solo per riuscire ad aprire spazi conflittuali ma anche come risposta alle politiche securitarie di controllo e paura messe in atto sul corpo delle donne.

 

Introduce
Anna Scalera
- ExperienceLab


Discutono


Anna Simone

Ricercatrice e saggista, collabora con l'istituto di sociologia del dipartimento di scienze storiche e sociali all'università di Bari.
Autrice di "l'oltre e l'altro" Lecce 2000; "divenire sans papier, sociologia dei dissensi metropolitani" Milano 2002

Gigi Roggero

Dottorando al dipartimento di sociologia e scienza politica dell'università della calabria.
Autore di "La produzione del sapere vivo" Ombre corte 2009; "Università Globale" manifestolibri 2008; "Futuro Anteriore" DeriveApprodi 2002

 

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